Manifesto

Associazione Nazionale Artisti Artigiani

Manifesto dell’artigianato d’innovazione

Introduzione

Nell’anno 2004, insieme ad un gruppo di colleghi artigiani, ho fondato l’“Associazione Nazionale degli Artisti Artigiani”, mosso dall’esigenza di rappresentare il mondo dell’artigianato d’innovazione e d’avanguardia in Italia e ancor più di proteggere una forma di sapere non verbale che già avvertivo essere in pericolo.

I meccanismi contemporanei di produzione e consumo stanno sempre più dividendo il mondo in paesi ove ha luogo la produzione e paesi ove il prodotto viene consumato. Il lavoro in occidente si sta trasformando inseguendo la logica della distribuzione e del servizio.

In questa logica sembrava urgente (allora ancor più oggi) tracciare un confine che segnasse il campo dell’artigianato d’innovazione.

Nella contemporaneità non esistono un metodo riconosciuto o una scala di parametri di riferimento tali per cui si possa tracciare in modo definitivo un confine che segni il campo dell’artigianato artistico. Conseguenza imbarazzante è che spesso si confonde l’“hobbysmo” con l’artigianato d’innovazione, il professionismo con l’improvvisazione fine a sé stessa.

Questa criticità comporta la perdita delle capacità di produzione, già ora in atto, e la scomparsa del mestiere d’arte e della dimensione umana che porta con sé .

Nasceva così l’esigenza collettiva di redigere il primo “Manifesto dell’artigianato artistico italiano”.

Negli anni successivi mi è capitato spesso di trovare documenti che cercavano di segnare il confine delle arti applicate restituendo agli artigiani una dignità artistica, ma ritengo che queste operazioni fossero manchevoli della fondamentale partecipazione degli stessi artigiani che dovevano in qualche misura rappresentare e soprattutto che cercassero erroneamente nel tecnicismo esasperato la linea di confine.

Se essere Artigiano significa innanzitutto essere padrone delle tradizionali tecniche di produzione, che sono premessa e condizione insopprimibile di un buon artigianato, d’altro canto l’artigianato d’avanguardia trova nel superare le regole di cui è padrone il proprio campo d’azione.

L’associazione ha cercato nel tempo di giungere attraverso dibattiti e conferenze al criterio di demarcazione rispetto al quale gli stessi artigiani “artisti” trovano oggi una comune approvazione.

Matteo Peter Bonafede
presidente Artinfiera

 

Manifesto

1.

Per definire l’artigianato d’innovazione

occorre in primis riconoscerlo come depositario di una forma di sapere morale che si tramanda da generazioni e che, se non tutelata, rischia di sparire per sempre.
Il sapere in questione è legato alla pratica del lavoro manuale e al contatto diretto con la materia. La pratica del lavoro e il contatto con la materia coinvolgono il corpo dell’autore non meno delle sue facoltà razionali, tanto che l’esperienza maturata si deposita nel “gesto” come forma di sapere non verbale e a- razionale, anteriori rispetto al contenuto razionale e verbale dell’opera.

2.

L’artigianato in se stesso è portatore di valori

come la cura del mondo e l’aver cura dell’altro che sono valori insopprimibili e fondamentali, rimandando ad un sistema della qualità dell’esistenza che è premessa e fine ultimo del buon vivere.
La dimensione del lavoro artigianale implica necessariamente una differente visione temporale. L’attenzione alla materia e la cura del gesto modificano il tempo della coscienza, generando un sistema di valori in netta antitesi alla logica contemporanea del consumo e del servizio.

3.

Per questo il Manifesto dell’artigianato d’innovazione si sofferma innanzitutto

e per lo più sul tema della qualità come evento in cui si definiscono le posizioni dell’artigiano, della sua opera e del fruitore della medesima. In questa visione si prendono nettamente le distanze dalla qualità intesa come attributo dell’opera, come visione intrinseca o estrinseca. La qualità è per noi l’orizzonte fenomenico in cui esistono l’autore, l’opera e il fruitore.

4.

Il tema della novità come innovazione assume in tutto questo un’importanza cruciale.

Assumiamo la novità nella sua radice profonda, quando “novus” significa sia “nuovo” sia “di poco conto”, ai margini dell’orizzonte conoscitivo. Questa novità, tanto vicina da passare inosservata nell’uso tradizionale e immediatamente diversa nella forma che le viene conferita dall’artigianato di ricerca, abbraccia la pratica del lavoro e la materia, sia essa comune o aliena.

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SAPERE PRATICO MORALE

Si intende per “pratico morale” una forma di sapere che è anteriore rispetto alle facoltà razionali e che trova il luogo della propria esistenza nella pratica del lavoro manuale e nel contatto diretto con la materia.

L’esperienza maturata in questo processo non verbale e a-razionale si deposita nel “gesto” come forma a priori del contenuto razionale e verbale dell’opera. La pratica del lavoro ed il contatto diretto con la materia coinvolgono innanzitutto e per lo più il corpo dell’autore, che agisce avendo rispettosamente cura della materia con la quale condivide le finalità formali. “Gesto” e “Materia” concorrono al progetto formale a-razionale da cui emerge il fenomeno dell’opera.

Non si tratta di progettare aprioristicamente la materia o di conferirle una forma dall’esterno, quanto piuttosto di lasciarla emergere.

L’interpretazione della materia è affatto diversa da quella imposta dalla logica contemporanea del consumo: Materia non significa materiale inerte o informe ed il processo in questione non genera un prodotto di consumo.

Le implicazioni morali del sapere pratico sono evidenti nella misura in cui il processo fenomenico, da cui emerge l’opera come accadimento, si pone in netta antitesi alla logica del prodotto e nella misura in cui la dimensione temporale della coscienza è scossa nelle sue fondamenta.

La simultaneità di Gesto e Materia, così come introdotti costituisce l’Opera. Laddove Gesto e Materia sono simultanei, la coscienza non è necessaria ma al più possibile e nella misura in cui perde la sua propria e connaturata dimensione temporale, esiste come il “non ancora” dell’opera o come apertura possibile, ma non necessaria del Gesto e della Materia.

Il fruitore dell’opera, lungi dall’essere assimilabile al consumatore, interviene e concorre all’emergere della forma nella Materia non meno del Gesto dell’autore: non la coscienza, ma la corporeità del fruitore, le sue facoltà emozionali e sensitive, accolgono l’opera traducendola in sentimento.

Questo evento atemporale e a-razionale, che coinvolge la corporeità, la materia, il sentimento dell’altro verrà d’ora innanzi definito “Sistema della Qualità”. Nel sistema della qualità non v’è spazio alcuno per la logica del consumo, per la materia declassata a materiale, per l’individuo riduttivamente accolto come consumatore possibile. Il sistema della qualità è eminentemente un sistema morale che costituisce l’orizzonte primario e insopprimibile dell’essere umano, risorsa creativa e serbatoio di novità.

La Qualità in questo senso costituisce l’orizzonte fenomenico o il sistema in cui e fondamentalmente esistono il Gesto, la Materia, l’Opera, l’Autore e il Fruitore.

Il concetto di qualità riduttivamente interpretata come attributo di un prodotto pertiene alla logica del consumo così come antiteticamente la Qualità come sistema è l’orizzonte in cui esiste l’opera. Nel sistema della Qualità il contenuto razionale e verbale è a-posteriori rispetto all’opera e attiene al campo fenomenico della coscienza: questa agisce trasformando l’opera in prodotto. La trasformazione dell’opera in prodotto, l’accoglimento della stessa come materiale di consumo, comporta simultaneamente l’oggettivazione di autore e fruitore; il Gesto viene rinnegato e la Materia violata.

Così facendo la coscienza sottrae il sistema della Qualità o la Novità all’esistenza, riproponendosi come unica e sola possibilità dell’esistente. Il neocapitalismo con tutti i suoi limiti e le sue imposizioni proviene da questa dimensione coscienziale deviata che rinnega il sistema della qualità come condizione della propria esistenza. Un’altra coscienza è tuttavia possibile.

L’EMERGERE DELLA COSCIENZA DAL GESTO E DALLA CORPOREITA’

La coscienza contemporanea è funzionale alla logica del consumo nella misura in cui agisce trasformando l’opera in un prodotto vendibile.

Questa trasformazione all’apparenza necessaria comporta inesorabilmente il declassamento di tutto il sistema della qualità: la Materia viene riduttivamente accolta come materiale, l’Opera come prodotto di consumo, l’Autore come merce di scambio, il Fruitore come consumatore.

Queste categorie della coscienza non sono che una delle possibili implicazioni del sistema della qualità, non la necessaria conseguenza, ed hanno una radice storica precisa che affonda nel Rinascimento italiano. Il rinascimento operò per primo formulando le categorie proprie della coscienza contemporanea: in esso ritroviamo in nuce i primordi della scienza sperimentale e della logica del progresso da cui proviene la contemporaneità.

Allora però la necessaria invenzione di una prospettiva diversa, o della prospettiva stessa, che indicava la via da percorrere, comportava un netto rifiuto del mondo medievale, dello spirito magico e mistico che lo aveva animato. Il romanticismo cercherà di riportare il sentimento al centro della riflessione esistenziale e la psicanalisi di recuperare il non detto della coscienza e la corporeità.

Tuttavia, inesorabilmente, queste sono diventate categorie della coscienza, perdendo la loro propria e specifica connotazione di esistenze. Il sistema della qualità suggerisce un sentiero, da tutti percorribile, che opera in senso inverso alla coscienza contemporanea, non già reazionario rifiuto della contemporaneità, ma necessario ripensamento del ruolo della coscienza. Il gesto come testimonianza esplicita del fare, che sfugge al controllo della coscienza, rappresenta in modo inequivocabile l’esistenza di una dimensione a-temporale e a- razionale, che oggi prepotentemente si impone come serbatoio di novità.

La coscienza contemporanea ne risulta minata nelle fondamenta, frastornata ed incapace di esercitare il consueto controllo dittatoriale. L’etica del fare invita a riappropriarsi del mondo e del senso dell’esistenza, formulando nuove ipotesi e mondi possibili.

L’artigianato d’innovazione accoglie questo invito e lavorando, ai margini del sistema consumistico contemporaneo, riesce a scorgere la novità celata al suo interno. Il rispetto dell’altro, della materia e del fruitore appartengono al gesto e all’opera: la novità è ciò che è nascosto, così vicino da passare inosservato.

 

LA NOVITA’DELL’ESISTENTE

Ciò che l’artigianato d’innovazione testimonia è l’urgenza di riappropriarsi del fare per scorgere la novità dell’esistenza.

Rinunciare alla pratica del lavoro sapiente comporta infatti la riproposizione meccanica degli schemi contemporanei: solo ponendosi a diretto confronto con la materia e portando in questo il sapere di cui si è depositari, possiamo cogliere il novus.

La novità è tanto necessaria all’esistenza quanto il prodotto è accessorio: il buon vivere interpretato come padronanza della propria esistenza coincide con la capacità di accogliere la nostra complessità e con la possibilità di superare una logica che vuole dell’essere umano una porzione minima e accidentale.

Per questo l’artigianato d’innovazione interpretato come saper fare è anche artigianato rivoluzionario che impone di cimentarsi una volta ancora con la materia superando le categorie che la violano e recuperando all’esistenza la complessità della dimensione umana. Il sistema economico mondiale, che oggi rivela la sua propria e connaturata fragilità strutturale, è il prodotto di una coscienza che ha reciso ogni legame con l’esistente in favore di un “ non luogo”: l’incolmabile distanza che si è creata tra le reali basi produttive e le speculazioni borsistiche è lo specchio della distanza della coscienza dall’esistenza e dalla corporeità.

La borsa mondiale in questo modo è utopia nel senso proprio del termine, il non luogo dell’esistere; non occupa uno spazio e rifiuta ogni corrispondenza con la materia declassando l’esistenza a un accessorio. La novità dell’esistente non può e non deve dunque essere cercata in questa dimensione utopistica, ma nella ridefinizione in senso fisico del sistema economico. Un’economia possibile è quella che, accogliendo il sistema della qualità e collocandosi nello spazio dell’esistente, agisce traducendo l’opera, non già trasformandola in prodotto di consumo.

La coscienza che accoglie la novità dell’esistente conduce l’opera oltre sé stessa nella misura in cui essa non viene consumata ma tradotta o introdotta in un sistema di relazioni complesso o cultura. Affinchè ciò avvenga il legame con la corporeità non deve essere reciso: un’economia possibile è innanzitutto e per lo più una microeconomia, collocabile in un spazio fisico, che si cimenta quotidianamente con la materia e con il gesto, che si appropria dell’opera come della sua propria identità: la corporeità non silente che agisce attraverso il gesto è la nuova lingua di questa rivoluzione “copernicana”.

 

EXPERIMENTUM

Una delle microeconomie possibili è quella che unisce solidamente l’artigianato d’innovazione al vecchio borgo di paese.

Il fenomeno dell’abbandono delle aree rurali e della migrazione nei centri produttivi è stato nell’immediato dopoguerra un fenomeno mondiale: la logica del consumo richiedeva allora grandi concentrazioni di uomini sia per la produzione sia per il consumo del prodotto.

L’esito di questo processo è lo stato di abbandono e decadimento culturale in cui versano la maggior parte delle aree marginali. Tuttavia, proprio perché sono “marginali”, le vecchie e desuete borgate rappresentano una risorsa creativa e uno spazio fisico praticabile per le microeconomie. Il borgo era tradizionalmente una cellula produttiva, luogo di scambio e centro di cultura.

La riattivazione del borgo come centro di artigianato non deve consistere in un reazionario ritorno all’economia pressoché autarchica del tempo passato, quanto piuttosto nella ridefinizione dell’area marginale come “nuovo” centro di cultura e creatività, capace di indurre un meccanismo opposto a quello della logica del consumo, che riporti al centro dell’esistenza il sistema della qualità a discapito del consumismo.

Un’economia così caratterizzata è in grado di attrarre nei borghi le masse urbane, generare un’inversione di tendenza che già oggi, è evidente per chi li abita, si avverte come una necessità collettiva. Se è sempre più evidente la necessità di fuga dalle città per motivi economici ed esistenziali, la trasformazione del borgo in centro non solo è funzionale a questa esigenza, ma anche alla contemporanea crisi del sistema economico mondiale.

Questo processo non può che generare un miglioramento generale di entrambe le realtà, città e borgo, oltre a salvaguardare e promuovere il sapere dell’artigianato. Lo spazio fisico del borgo accoglie la bottega e la piccola realtà produttiva e rifiuta per collocazione il consumismo più sfrenato. La ridefinizione degli spazi fisici del borgo condurrebbe ad un miglioramento delle condizioni economiche degli abitanti, al recupero di spazi desueti e alla riattivazione del sistema culturale del medesimo. Le vecchie botteghe per lo più abbandonate o al più utilizzate come magazzino, hanno costi di locazione altamente vantaggiosi.

Il singolo artigiano che provi ad aprire una attività nelle vecchie botteghe sarebbe isolatamente destinato al fallimento.

Ma un collettivo di attività artigianali può avere risultati inaspettati: Il borgo ritorna ad essere centro di cultura e novità.

 

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